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Innovare, insieme

By 1 Dicembre 2021Dicembre 11th, 2021interviste
INNOVARE, INSIEME

dialogo intervista con Francesca Gelli

a cura di Enrico Lain

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Periodico edito dal Consiglio dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Padova

 

Enrico Lain In Italia sembrano esserci alcuni “recinti” duri a dissolversi, ad esempio tra il pubblico e il privato o tra processi calati dall’alto e strategie emergenti. Dal tuo osservatorio puoi dirci quanto è reale questa percezione?

Francesca Gelli Viviamo in tempi turbolenti e in ambienti complessi, attraversati da conflitti, rapidi cambiamenti; dovremmo mettere a fuoco gli alti livelli di interdipendenza in cui la nostra azione e la nostra stessa esistenza si collocano, e la particolarità di una cooperazione superficiale – estesa, ma di superficie. Se in una città, in un territorio mappi i gruppi e le reti che ci sono, formali e informali, e le iniziative che promuovono la formazione di aggregazioni (tra istituzioni, tra imprese, tra enti di ricerca, tra corpi della cittadinanza, trasversalmente, fino alla “quintupla elica”, per citare i modelli ultimi che le teorizzano) emerge un quadro variegato. Tutto questo sembra positivo. Per lo più, però, queste realtà sono frammentate e “bonding”, settoriali, si stratificano auto-organizzate con scarsa propensione alla connessione e ridotte risorse di adattività. La collaborazione tra realtà di rete è la più difficile a decollare. Le reti diventano, così, recinti. Questo è un limite all’innovazione che pure le può animare.
La capacità di collaborare è inscritta nei nostri geni, scriveva Richard Sennett in un’opera1 di un po’ di anni fa, ma agire assieme implica una consapevolezza: dobbiamo coltivare una ricerca aperta a stare in contatto, emotivamente, con gli altri, con le differenze e con le disuguaglianze. Più che a spaziare il proprio io, ad accrescere il potere di sè. Ascoltare, comprendere, mettersi in gioco con gli altri e per gli altri è una pratica laboratoriale, che va affinata come un’arte, ci va un impegno ad attrezzarsi, a sviluppare l’abilità e le tecniche necessarie a uscire dai propri schemi mentali e dalle proprie cornici di senso – a tutti i livelli: istituzionale, culturale, civico, politico. La pandemia temo possa avere disabilitato ulteriormente la sperimentazione delle nostre competenze sociali, di tipo individuale, rimpicciolendo i mondi dietro agli schermi. Nel privato come nel pubblico, la collaborazione online e il nuovo cyberspazio dello smartworking hanno silenziosamente trasformato le organizzazioni: sempre in rete ma poco connesse, alcune sembrano cresciute, altre indebolite nella capacità collaborativa. Inoltre, il desiderio diffuso di ripartenza sta seppellendo in fretta quanto ne è andato di mezzo, ne è stato vittima: dai morti veri agli stati d’animo. Non abbiamo condiviso i nostri lutti, non ci siamo riconosciuti socializzando il nostro dolore, la nostra fragilità. Quando in ballo sono problemi pubblici, ritiriamo tutta la nostra affettività, sembra che ci imbarazzi, ci diminuisca … a mio avviso commettiamo un errore. Ti ricordi il contributo di John Forester2, su questo punto?

EL Alcuni evidenziano come i processi partecipativi siano inflazionati, e sempre più frequentemente vengano interrotti, dunque senza efficacia progettuale per le comunità coinvolte nei processi. Se questa implosione dei processi partecipativi è reale, che cause ha secondo te?

FG Il problema c’è tutto, vengono interrotti percorsi partecipativi che hanno successo in termini di coinvolgimento, che sollevano e trattano problemi pubblici, esplicitano conflitti latenti, offrono spunti innovativi. Vengono sospesi nel senso che non si dà seguito alle aspirazioni, agli indirizzi che ne emergono. Questo può darsi per intenzionalità reali avverse o per circostanze contestuali.
Ho due linee di argomentazione, su questo punto che sollevi.
La prima è che la partecipazione è l’azione politica dei cittadini, può e deve essere scomoda, dire il non detto delle agende pubbliche e istituzionali, dare voce e rappresentare le cose, le questioni e i soggetti che non trovano rappresentazione, così anche il non umano, i mondi animale e vegetale che poco fanno parte delle nostre attenzioni quando si tratti di soddisfare i nostri bisogni di sviluppo. Chiaro che simili sfide possano andare incontro a ostacoli, cozzare con resistenze al cambiamento per precisi interessi contrapposti e per limiti cognitivi – apparentemente, fallire. Non per questo mi perderei un solo processo partecipativo, se genuino, ovvero se generativo nelle sue premesse e idealità – che sia il caso di una partecipazione spontanea, o di un percorso istituzionale di coinvolgimento, strutturato da professionisti esperti e “tecnicamente assistito”.
Quando sono stata al servizio dell’Autorità per la partecipazione della Regione Toscana ho condotto un processo di valutazione pubblica partecipata degli esiti e degli impatti dei progetti partecipativi sostenuti, concentrandomi su un centinaio degli oltre duecento finanziati e realizzati in un decennio a enti locali, imprese, scuole, gruppi di cittadini. Lì la questione dell’efficacia dei processi partecipativi è emersa tutta. Il bilancio positivo è che queste esperienze complessivamente sviluppano empowerment della cittadinanza, capacità di discutere, di fare e agire socialmente, di dialogare apertamente e alla pari con le organizzazioni economiche e le istituzioni politiche. Sviluppare e alimentare le competenze civiche è un presupposto della qualità democratica. La metafora può essere quella del topolino e della montagna: sono disponibile, come studiosa, progettista di processi partecipativi e come cittadina attiva, a ruzzolare giù tutte le volte che sembri di raggiungere la sommità, e ricominciare daccapo la sfida. Qualcosa resta e tanto si impara. E potrà sembrarti strano ma non è infrequente che la stessa percezione emerga da parte di istituzioni, soggetti di impresa, associazioni che quotidianamente intraprendono percorsi di apprendimento e innovazione, scegliendo la via partecipativa, scontrandosi con un mare di vincoli e inerzie, con la difficoltà di operare un cambiamento, anche al loro stesso interno.
La seconda linea di ragionamento è la necessità di uno sguardo analitico diverso alle stesse pratiche: i processi partecipativi sono complesse azioni collettive, si dipanano in tempi non brevi e non lineari, coinvolgono tanti soggetti diversi, ed è nelle cose che possano dare luogo a effetti inattesi, voluti e non, desiderati e non. Se vogliamo, il loro migliore contributo ideativo e innovativo viene proprio da questa indeterminatezza e dalla disponibilità di leggerla come un’opportunità. Bisogna concentrarsi sul percorso e sulla situazione che via via si configura, abbandonando l’idea di pianificazione e si, certo, ci va una gran dose di energie.

EL Quali sono oggi le competenze richieste per chi intende progettare e condurre processi partecipativi? E quanto possono essere d’ostacolo proprio le competenze nella cessione del potere di autodeterminazione ai cittadini?

FG Di una parte delle competenze abbiamo detto, si tratta di una capacità collaborativa che si sviluppa socialmente, interagendo, questo vale per i cittadini come per coloro i quali operino dentro le istituzioni come per gli operatori professionisti. Bisogna trovare le modalità di capitalizzare queste competenze, mettendole alla prova. Mi pare che i regolamenti per la cura dei beni comuni urbani, di usi civici e collettivi siano un buon esempio di innovazione frutto del dialogo socio-istituzionale e delle pratiche collaborative che sono in sperimentazione in tante città italiane, con esiti alterni.
Le competenze professionali di progettazione e gestione di percorsi partecipativi sono di disegno dei processi da un lato, e sono dall’altro di mediazione creativa dei conflitti e ascolto attivo, facilitazione visuale e dialogica, animazione … bisogna padroneggiare tecniche di inchiesta, districarsi in schemi di finanza di impatto sociale … bisogna costruirsi una cassetta degli attrezzi per orientarsi in ambienti decisionali e organizzativi complessi, continuamente sviluppare nuove conoscenze rispetto anche ai contenuti e non solo a metodologie e strumenti … sono percorsi non banali di specializzazione che necessitano di persone curiose e animate da un’aspirazione al cambiamento.

EL Allarghiamo lo sguardo, e entriamo nel pensiero progettuale e utopico: quali caratteristiche dovrebbe avere un governo cittadino condiviso, anche per garantire maggiore resilienza ai territori?

FG Più che di governo preferirei parlare di città, così teniamo assieme chi ha il fardello dell’azione di governo e chi dell’azione civica e chi della competenza tecnica. Mi viene in mente il caso del nuovo progetto di Pediatria, a Padova. Una vicenda che è diventata polarizzata tra blocchi contrapposti in un conflitto in cui inserirsi è difficile, manca il terreno per un confronto politico, tecnico, civico. C’è un problema pubblico e un bisogno sociale importante che viene trattato rinunciando all’intelligenza collettiva, e non è certo la prima volta che questo accade a Padova. In un caso di questo tipo proporrei alla Regione Veneto, all’Università e al Comune di Padova una valutazione pubblica partecipata del progetto, un percorso nella forma di un Dibattito Pubblico richiamando quanto istituito per le grandi opere di architettura e infrastrutture (anche se la soglia dimensionale dell’opera non lo rende obbligatorio, si potrebbe fare). Una procedura di DP per valutare in una fase preliminare le alternative possibili ma anche la qualità dei progetti, per approfondire la progettazione qualsiasi sia la soluzione che si proponga. Sembra che inserirsi in un contesto quale quello delle mura antiche sia diventata una questione da bocciare o promuovere, politicamente, e poco si discute di soluzioni all’altezza delle sfide.

EL Parliamo del master ProPart, che avete aperto allo IUAV. Quale principale sfida si propone il programma del master? Su quali prospettive future si fonda la sua proposta formativa?

FG Il master in progettazione partecipata3 segue un quindicennio di offerta di un corso breve di perfezionamento, anni in cui abbiamo costruito una rete di studiosi, esperti e practitioners di livello nazionale e internazionale, che sono i nostri docenti. Formiamo una figura professionale specializzata che è un progettista di processo, un designer collaborativo, un facilitatore e mediatore, un professionista colto e riflessivo che può operare in settori del pubblico e del privato, del sociale. Il programma ha un’architettura in tre moduli (la progettazione interattiva; gli strumenti, le tecniche; quadri normativi e pratiche dell’innovazione democratica, commoning). Adottiamo una didattica digitale integrata, mix di online e in presenza, e molto laboratoriale, in presa diretta con le pratiche e i contesti di sperimentazione. Abbiamo una domanda vivace di partecipazione, i corsisti hanno background molto diversi e questa è una ricchezza. Beneficiamo di un’ampia partnership di imprese, gruppi professionali, fondazioni, enti locali, associazioni che ospitano tirocini e ci supportano con borse di studio. Eroghiamo anche corsi brevi tematici. Speriamo così di dare il nostro contributo al cambiamento che è possibile.

 

 


  1. Together: The Rituals, Pleasures, and Politics of Cooperation, Yale University Press, New Haven-London, 2012 (trad. it. Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, Milano, 2012)
  2. https://fondazionefeltrinelli.it/partecipazione-e-fragilita/
  3. https://masterpropart.it/

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